Il nuovo album di Vedder e la saga del disco di Ben Gibbard

Magnifico esempio di narcisismo, magniloquenza e innocenza, Eddie Vedder – voce ed eroe dei Pearl Jam – ha pubblicato un album per sola voce e per ukuelele, il minimale, simpatico, innervosente strumentino a corde hawaiano.
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Magnifico esempio di narcisismo, magniloquenza e innocenza, Eddie Vedder – voce ed eroe dei Pearl Jam – ha pubblicato un album per sola voce (la sua, mica una qualsiasi – quella che più di qualunque altra, seppellito Cobain, fu investita della carica di voce di una generazione, quella attorno ai 40, adesso) e per ukulele, il minimale, simpatico, innervosente strumentino a corde hawaiano, che a prima vista pare più un giocattolo che un degno coprotagonista di un big della musica contemporanea. Mettetevi l’anima in pace: in queste 16 tracce non c’è altro e dovete perciò decidere se può bastarvi per trascorrere 35 minuti del vostro tempo. Noi propendiamo per il sì, ed ecco i motivi. Prima di tutto, al timbro baritonale di Vedder noi non siamo indifferenti fin dai suoi esordi e ci induce in commozione subito, sia che guidi la corazzata elettrica dei suoi soci di Seattle, sia che, sempre più spesso, adesso che è un uomo fatto (sono 47), si avventuri in esperimenti solistici, come la magnifica colonna sonora di “Into The Wild” e adesso questo lavoro strano che finge di presentarsi in termini casual, ma siamo invece convinti che contenga più ambizioni e coinvolgimento di quanto l’introverso, emotivo Eddie lasci trapelare.